sabato, dicembre 26, 2009

Si viene e si va

Dieci anni or sono...

venerdì, dicembre 25, 2009

giovedì, dicembre 24, 2009

Controllare Internet (e trovare un motivo)!


Atto 1 (2007): è stato discusso su questo stesso blog più di due anni fa. Trattasi della legge Levi-Prodi. Poco popolare, arenata e probabilmente cancellato l'aspetto legato ad Internet.

Atto 2 (2008): il progetto di legge Carlucci; trattasi di vietare l'immissione in rete, in maniera anonima, di "contenuti in qualsiasi forma". Del resto, si sa, su Internet c'è il rischio pedofilia. Si veda Punto Informatico.

Atto 3 (24.11.2009)

Maroni: «La lotta al terrorismo si fa anche oscurando i siti internet estremisti». Conclusa a Venezia la Conferenza dei ministri dell’Interno dei Paesi del Mediterraneo Occidentale (CIMO). Per il ministro italiano, che ha presieduto la Conferenza, occorre «intensificare gli sforzi per prevenire e impedire l'uso, a fini terroristici, delle nuove tecnologie di informazione e di comunicazione» (continua)

Atto 4 (15.12.2009)

Maroni: oscureremo siti che incitano alla violenza. "L'aggressione al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è un fatto gravissimo" (si veda il video sopra).

lunedì, dicembre 21, 2009

Il timbro della felicità.

Giosuè Moscacieca detto Pistacchio, il padre un barbiere, la mamma da poco sopra i sessanta, responsabile archivio alla biblioteca del paese e terzino destro nella squadra del prete, un giorno, senza alcun tipo di continuità rispetto al giorno prima e senza che vi fosse un qualsiasi motivo logico a giustificazione di quell’idea, si mise in testa di farsi timbrare dal comune un’autocertificazione di felicità. In quanto cittadino, moderno, colto, responsabile e rispettoso dell’altrui libertà di pestargli i piedi, decise che il comune avrebbe dovuto, quantomeno, riconoscergli il diritto alla felicità apponendo un timbro ad un documento da lui redatto che recitava nel seguente modo: “Io, sottoscritto, Giosuè Moscacieca detto Pistacchio, abitante in via..” bla bla bla bla bla “richiedo ufficialmente al comune di Gattofilieri di apporre solennemente alla qui presente dichiarazione un timbro di convalida del mio stato di felicità permanente affinché io possa in tutte le sedi dimostrare, senza eccezione alcuna, di essere felice. In fede, Giosuè Moscacieca.”.
L’usciere del comune non poteva credere alle sue orecchie quando udì dalla bocca di Giosuè l’assurda pretesa di farsi timbrare quel foglio.
-Beh, Giosuè, cosa posso dirti? Questa cosa è talmente assurda che non credo proprio si possa fare.
-E quindi? Io come faccio?
-Non so, come ti ho detto penso che non si possa fare!
-Come sarebbe? Questo non lo accetto, fammi parlare con qualcuno!
L’usciere non sapeva che pesci pigliare quando passò proprio in quel momento l’assessore alla cultura, tal Pierino Birbetti.
-Assessore, che fortuna!
disse l’usciere.
-C’è qui Giosuè Moscacieca, il responsabile dell’archivio della biblioteca, che chiede che gli venga timbrata un’autocertificazione di felicità!
-Come sarebbe un’autocertificazione di felicità?
chiese l’assessore.
-Sì sì ha capito bene, un’autocertificazione di felicità!
gli rispose l’usciere porgendogli il foglio che gli aveva pochi istanti prima passato Giosuè. L’assessore prese il foglio, inforcò gli occhiali che teneva annoiati sopra la fronte, socchiuse gli occhi per leggere meglio e poi disse:
-Ma tutto ciò è assurdo, noi non possiamo farlo!
-Come no?
rispose Giosuè mentre l’usciere faceva l’espressione di chi dice: “te l’avevo detto io che non si poteva fare no? E’ evidente! Certe cose sono ridicole e non si fanno!”
-No, non esiste un ufficio che si occupa di queste cose e quindi non c’è nessuno che può farlo!
ci fu un attimo di silezio.
-Lei intende dire che se vi fosse l’ufficio allora questa cosa potrebbe essere fatta?
chiese Giosuè speranzoso.
-Beh, se ci fosse un ufficio probabilmente si potrebbe fare.
L’usciere guardò incredulo l’assessore. Aveva escluso aprioristicamente e nel modo più assoluto che quell’assurda richiesta fosse in un qualche modo possibile esaudirla.
-Ma è sicuro assessore?
chiese allora l’usciere.
-Beh sì, direi di sì, se ci fosse l’ufficio si potrebbe fare. Però non c’è. Mi spiace.
e ridiede il foglio questa volta a Giosuè rimettendo gli occhiali in posizione annoiata. L’assesore fece per andarsene quando Giosuè disse:
-Assessore scusi, visto che non esiste un ufficio per queste cose, che d’altra parte era prevedibile visto che si tratta di una cosa nuova, non è che si può andare in un altro ufficio che si prenda in carico questa mia richiesta?
L’assessore guardò un po’ in alto come a rimestare tra i suoi pensieri più profondi.
-Beh, sì, effettivamente sì. Adesso che mi ci fa pensare, si potrebbe andare all’ufficio “cose nuove”. Sì, direi che in linea di principio potrebbe proprio andare lì.
Giosuè fece un sorrisetto malizioso all’usciere come per dire: ”visto, cosa ti avevo detto?” ed in gran velocità, con il foglio ben stretto nella mano destra, prese la rampa di scale numero due e salì al terzo piano, fino all’ufficio “cose nuove”.
L’ufficio cose nuove era in realtà molto vecchio. I mobili erano vecchi, le finestre erano vecchie e persino l’uomo dietro ad una vecchia scrivania era vecchio.
-Salve disse Giosuè.
-Salve.
disse il vecchietto dietro alla scrivania.
-Devo far timbrare un’autocertificazione di felicità.
disse con orgoglio Giosuè.
-Metta lì.
Disse il vecchietto senza sollevare lo sguardo dal giornale che teneva tra le mani. Giosuè rimase di sasso. La storia dell’autocertificazione di felicità non lo aveva smosso di un millimetro, nemmeno una smorfia, niente.
-Ha capito? Ho detto che devo far firmare un’autocertificazione di FE LI CI TA’!
disse scandendo bene le sillabe dell’ultima parola.
-Sì sì ho capito. Metta lì.
-Ma come? Non è per lei la prima volta che sente questa richiesta?
-Certo che sì!
-E allora? Questa cosa non la sorprende nemmeno un po’?
il vecchietto sollevò finalmente gli occhi dalla sua lettura e fece un piccolo sorrisetto.
-Vede? Se dovessi sorprendermi per tutte le cose che mi dicono, non starei qui in questo momento. Lei non ha idea di cosa mi tocca sentire!
-Cioè?
-Beh, c’è chi vuole un timbro per avere la garanzia che suo figlio un giorno farà l’addetto comunale, c’è chi vuole un timbro che gli garantisca una domenica senza pioggia perché deve andare al mare, c’è chi vuole un timbro per avere la garanzia che la propria moglie non si faccia abbindolare dall’idraulico e così via. E poi c’è lei che vuole un timbro per essere sicuro di essere felice. Glielo dico io, siamo in un mondo che non sa più dove sta andando!
-E lei cosa risponde a tutte queste domande?
-Cosa vuole che risponda? Metta lì.
Il vecchietto riprese a leggere. Giosuè aspettò un attimo poi spazientito disse:
-Ma allora me lo fa questo timbro oppure no?
-Anche lei come tutti gli altri. Non solo chiedete il timbro ma lo volete addirittura subito. Ci vorrà del tempo.
-Quanto?
-Non è possibile dirlo ora con precisione.
-All’incirca?
-Un anno, forse due.
-Così tanto? Ma è assurdo! Per un timbro! A me serve subito!
-E’ per questo che ci vuole tanto.
-Perché mi serve subito?
-Sì?
-Cos’è un dispetto?
-No.
-E allora?
Giosuè stava andando su tutte le furie.
-Guardi dirò a lei quello che ho già detto ad altri: impari ad aspettare.
La pazienza di Giosuè era finita.
-Lei si prende gioco di me! Lei è un dipendente comunale e non può trattare così un libero cittadino ha capito?
disse urlando. L’uomo dietro alla scrivania sbuffò poi girò il capo alla sua destra e prese con una mano una tazza di caffè che teneva lì da chissà quanto tempo. La porse a Giosuè e chiese:
-Cosa vede?
-In che senso?
-Nei fondi di caffè dico. Cosa vede?
-Niente.
-Niente niente?
-Niente.
-Capisco.
-Cosa?
-Le farò quel timbro.
-Subito?
-Sì.
-Mi prende in giro?
-No, le farò il timbro le ho detto.
e mentre lo diceva il vecchietto aprì il cassetto alla sua sinistra ed estrasse un timbro. Prese il foglio di Giosuè, pressò il timbro nell’inchiostro e…
-Ma è il timbro giusto?
chiese Giosuè.
-in che senso?
chiese il vecchietto.
-E’ sicuro di stare usando il timbro giusto? Questa cosa della felicità è una cosa nuova e quindi il timbro potrebbe essere sbagliato.
-E’ il timbro dell’ufficio cose nuove.
-Magari serve un timbro nuovo. Un timbro apposta per la felicità. Se no non vale.
Il vecchieto lo guardò per un po’ negli occhi e poi disse:
-Secondo me va bene.
-E’ sicuro?
-Sì sì, sono sicuro. In quanto è una cosa nuova, il timbro dell’ufficio cose nuove va benissimo.
-Se lo dice lei!
disse Giosuè tirando un sospiro di sollievo.
-Si fida?
chiese il vecchietto.
-In generale no. Di nessuno. Però visto che è stato messo lì, lei saprà sicuramente fare il suo mestiere e quindi molto probabilmente ha ragione lei.
Il vecchietto timbrò il foglio e lo porse.
-Ecco, questo è il suo foglio che attesta che lei è felice. Contento?
Giosuè fece un sorriso immenso. Aveva ottenuto ciò che voleva.
-Sì. Grazie infinite.
e se ne andò. Nei giorni seguenti fece incorniciare quel foglio e lo attaccò in salotto proprio sopra la televisione. Voleva che gli ricordasse ogni giorno quanto fosse felice. Il foglio sembrava proprio funzionare. La sua vita cambiò all’improvviso e tutto iniziò ad andare nel verso giusto. Si sentiva un’altra persona. Però, un bel giorno, qualche tempo dopo, gli capitò di ripassare davanti al comune e con suo stupore vide davanti all’entrata il vecchietto dell’ufficio “cose nuove” che spazzava.
-Salve. Cosa ci fa lei qui? Non dovrebbe essere in ufficio a quest’ora?
chiese Giosuè.
-Salve.
disse il vecchietto che spazzava chiedendosi chi fosse quell’uomo.
-Si ricorda di me?
Il vecchietto lo guardò ben bene e poi i suoi occhi si colorarono di un lampo.
-Ah sì, lei è il tizio dell’autocertificazione di felicità!
-Sì, sono proprio io.
disse sorridendo Giosuè.
-Allora? Funziona il timbro? E’ felice ora?
-Sì, lo sono.
-Bene bene, sono proprio contento!
disse il vecchietto riprendendo a spazzare. Passò qualche secondo di silenzio nel quale Giosuè lo guardò interdetto e poi chiese nuovamente:
-Ma non dovrebbe essere in ufficio a quest’ora?
-Io? No! Perché?
-Ma lei non è il responsabile dell’ufficio “cose nuove”?
-Io? No!
-Ma… ma… ma… allora quel giorno che ci faceva lì?
-Ero in pausa caffè, non c’è mai nessuno in quell’ufficio ed io vado lì per stare un po’ in pace a leggere il giornale.
Giosuè era frastornato e confuso.
-Beh, mah, lei allora mi ha preso in giro?
-No! Perché?
-Ma perché mi ha timbrato la mia autocertificazione!
-Scusi ma lei pensava di essere preso sul serio con una richiesta del genere?
Giosuè stava per scoppiare a causa della presa in giro, poi con rabbia disse:
-Il mio timbro accidenti!
-Il suo timbro cosa?
-Il mio timbro, non è valido!
-Perché no?
-Perché lei è solo un addetto alle pulizie e non il responsabile dell’ufficio, cavoli!
-E quindi?
-Quindi lei non può attestare che io sia felice!
-Ma lei ha detto poco fa che era felicissimo! Glielo si leggeva anche negli occhi!
-Sì ma solo perché sapevo che era tutto regolare! Tutto conforme alle leggi!
-E che differenza fa?
-E’ diverso! E’ diverso! E’ diverso!
Disse Giosuè tornando sui suoi passi, completamente fuori di sé ed adirato a causa della sciagura che si era appena abbattutta sulla sua vita. Il vecchietto si fermò un attimo a guardarlo mentre si allontanava, poi quando fu completamente fuori dalla visuale guardò l’orologio e si mise nuovamente a spazzare. Mancavano solo cinque minuti alla pausa caffè.

venerdì, dicembre 18, 2009

Rosso


Mi manca il rosso, non lo vedo. E' un difetto che ho dalla nascita, sono venuto al mondo così, senza poter vedere il rosso. Per questo motivo nella mia testa alla parola rosso è associato un vuoto, un qualcosa che manca. So che le rose sono rosse, che le donne spesso e volentieri usano dipingersi le labbra di rosso, i segnali di pericolo sono rossi, rosso è il sangue e rosso è l’amore. Ma io non so com’è fatto il rosso e non riesco proprio a capire come possa essere fatto, mi è impossibile. Riuscite a capirmi quando vi dico che non ho alcuna possibilità di immaginarmelo? Il rosso o lo vedi o non lo vedi e non puoi sopperire in un altro modo. “Rassegnati” mi disse una volta mia madre, “al momento della tua concezione qualcuno, lassù, ha deciso che tu saresti nato senza rosso”, e così è stato. Plaf! Nato! Senza rosso! Cazzo! Ma perché proprio io? Ma porca miseria quello nato prima di me vede tutti colori e pure quello dopo, io invece no, io non vedo il rosso. Fanculo! Crescendo ho accettato questa realtà, ho accettato di essere stato privato di una sensazione. Per un qualche disegno karmico a me ignoto, io sono uno di quelli che non vede il rosso. La maggior parte delle persone può vedere il rosso? Bene, io no. Fine. A me manca il rosso, però probabilmente ho un sacco di altre cose che gli altri non hanno. Per esempio? Per esempio non lo so, adesso non mi viene in mente nulla ma qualcosa c’è sicuramente che io ho e che gli altri non hanno. Il problema è che le cose che ti mancano le noti subito, mentre quelle che hai tendi sempre a dimenticarle. Chissà perché? A volte mi sento un poco solo, sento che non posso far capire agli altri quello che mi manca perché non sono in grado di descriverglielo. Però una volta mi è capitato di guardare negli occhi una persona alla quale volevo bene, molto bene, e, senza dire una parola, ricordo di avere capito al volo cosa le mancava. Avevo capito i suoi vuoti senza che lei mi dicesse nulla ed io, allo stesso tempo, glieli riempivo senza dire nulla, semplicemente guardandola. Stavo così bene che in quel momento provai a lasciare che anche lei riempisse i miei vuoti. E così l’ho fatta entrare. E’ stato meraviglioso. Ad oggi ancora non so come è fatto il rosso e se me lo chiedete non so davvero descrivervelo, però penso di poter affermare di averlo visto con i miei occhi, a Venezia, in piazza San Marco, in una sera d’autunno, qualche istante dopo aver scattato una fotografia e cinque minuti prima di tornare verso la stazione. Non so dove sia questa persona ora, ma attraverso lei io vedo il rosso.

Questo breve racconto/monologo ha vinto un piccolo concorso su Facebook!

venerdì, dicembre 11, 2009

Illusione

Ci sono cose col passare degli anni che scivolano, senza che nessuno le fermi, senza che nessuno si sieda e guardi in faccia ai propri affanni. Senza che nessuno tolga il velo che le copre.

Ci guardiamo attorno e dalle finestre filtra la luce della primavera. Ci guardiamo negli occhi, promettiamo, piangiamo, ridiamo, raccontiamo. E lentamente cala la sera. Con le notti d’inverno gli alberi scheletrici di morte cedono il passo alle nevi, e poi ad una nuova estate.

Passa il tempo, continuiamo a guardarci ma c’è sempre un sospiro, qualcosa che nessuno ha il coraggio di dire. Qualcosa che tra le pieghe della nostra pelle non è stato mai veramente compreso, svelato, rivelato, confessato.

La natura di questo messaggio è misteriosa, ed ognuno nasconde il suo, a se stesso ed agli altri, mentre il tempo passa e tutto quello che sta a rivelarci è che un giorno, guardando negli occhi di una persona che muore, qualcuno avrà un dubbio. Esiste un cancello verso l’infinito sulla soglia del quale il grande mistero può essere svelato. O sarà il vento della fredda notte a spazzare via molto presto ogni traccia dell’illusione abbiamo creduto esistesse?

Che fosse quell'illusione la vita?

Ma un minuto ancora e domanda e risposta saranno perdute per sempre.

venerdì, dicembre 04, 2009

Evidenza


Carissimi, qualche tempo fa affermai in una lettera ad un amico:

"L'essere umano è l'unico animale che cerca di adattare l'evidenza al proprio pensiero invece che il proprio pensiero all'evidenza. Strana dote cognitiva non possibile alle altre specie, credo."

Sono felice di scoprire che il mio punto di vista viene condiviso da qualcuno più celebre di me:

“Man has such a predilection for systems and abstract deductions that he is ready to distort the truth intentionally, he is ready to deny the evidence of his senses only to justify his logic”

Fyodor Dostoyevsky (Russian Novelist and Writer, 1821-1881)