Anni or sono (1998 se non erro) scrissi una storia. Forse ci si trova qualche buona intuizione ma lo stile risulta maldestro (soprattuto la parte finale del sogno nel sogno copiata da Borges :-) e ci dovrei rilavorare su. Ma non l'ho mai fatto e forse non lo faro mai. Però dopo dodici anni ho deciso che sia il caso di farle vedere la luce :-)Paolo Sacchi passeggiava nervosamente su e giù per il binario otto dove, di lì a poco, sarebbe dovuto giungere l’espresso che lo avrebbe portato a casa. Oggi non avrebbe dovuto essere qui ma, a causa di un gravoso impegno del professore, l’orale di “Tecnologia delle costruzioni” era stato anticipato di cinque giorni. Inutile dire che questo imprevisto non gli aveva permesso di completare la sua modestissima preparazione nella materia. Del resto si sapeva, Paolo non era mai stato un ottimo studente e, considerando anche la facoltà che aveva scelto, ci si doveva aspettare qualche difficoltà, almeno negli esami più complicati. Fatto sta che quell’orale non era riuscito a passarlo, anche a causa di un misero sedici raggranellato allo scritto. I minuti scorrevano a rilento mentre la stanchezza offuscava sempre più i suoi pensieri e lo conduceva in uno stato di totale confusione tanto che, nell’arco di un paio di minuti, fu costretto a trovare un posto dove sedersi. Non fu cosa facile poiché vi era una gigantesca massa di persone ad attendere quel treno, tutte accalcate nei pressi delle panchine o di qualunque altro spazio plausibile per sedersi. Ma infine ci riuscì: si sedette, poggiò la schiena nel muro e socchiuse leggermente gli occhi. A ridestarlo fu l’inaspettata comunicazione che annunciava il ritardo del suo treno. Quindici minuti: soltanto quindici, dannatissimi minuti. Lì per lì fece per alzarsi, infuriarsi, gridare, spaccare tutto. Poi, pensandoci un attimo, si sedete nuovamente, poggiò ancora la schiena al muro e socchiuse gli occhi.
Umberto Sacchi saliva velocemente, con un hamburger in mano, le scale che dal sottopassaggio conducevano al binario. Pensava di aver perso quel treno per un soffio e, invece, eccotelo là: un provvidenziale ritardo di quindici minuti, quindici lunghi minuti che gli avevano consentito di arrivare per tempo. “Che culo!” fu la sua testuale affermazione quando si accorse che, benché non ci fosse nessun treno, il binario era ancora zeppo di persone: intuì il ritardo, guardo il monitor che annunciava i treni, tirò un sospiro di sollievo e cercò un posto dove sedersi. Oggi era stata una faticosa giornata di lavoro e, per poco, una fila un po’ più lunga del previsto al Mc Donald’s non gli faceva perdere il treno. Prima che la sua ricerca ebbe termine in lontananza si intravedeva già il treno, se ne sentiva già il fischio. Improvvisamente quella massa gelatinosa di persone fino allora inermi si levò precipitandosi verso il bordo del binario, portando con sé borse, borsoni, sporte e sportine e inglobando maledettamente chiunque ne venisse a contatto.
Paolo salì su una carrozza centrale, la dodici pare. Godendo del fatto di non avere bagagli, se non il suo zainetto, s’infilò velocemente dentro al treno e riuscì a trovare subito un posto a sedere. Posatosi su quella comoda poltroncina gli parve di essere da un’altra parte del mondo, sgranchì il collo, allungò i piedi e quasi si addormentò.
Umberto salì sul treno quasi per ultimo, in una delle carrozze del centro, la tredici forse. Naturalmente, posti a sedere nemmeno parlarne; si sistemò tranquillo nel corridoio, appoggiato ad un lato di un sedile.
Dopo qualche Paolo secondo venne ridestato nuovamente da una giovane che, intenzionata a sedersi di fronte a lui, lo pregava di ritirare i piedi ed, inoltre, di aiutarla a riporre sopra i suoi borsoni. Pesavano, accidenti se pesavano, quei due borsoni. Paolo, stanco, nervoso e demoralizzato, faticò ad alzarli ma poi, una volta terminato il lavoro, ebbe la ricompensa di potersi risedere con la speranza che nessuno, da lì all’arrivo, l’avrebbe nuovamente disturbato.
E invece no! Passa nemmeno un minuto che, quando il già avvenuto annuncio della partenza gli faceva credere che nulla avrebbe potuto ancora separarlo da casa, ecco comparire di corsa dal sottopassaggio un tipo, in completo affanno, agitato e sudato il quale, urlando, stava attirando l’attenzione di un po’ tutti, nel treno e fuori. Quando la ragazza che aveva di fronte lo vide scattò in pieni lo raggiunse.I due si comunicarono qualcosa velocemente e nervosamente, al che l’uomo balzò sul treno e scaricò i bagagli della ragazza, appena in tempo prima che si chiudessero le porte ed il treno prendesse il largo. Paolo, guardando i due allontanarsi, pensò a che diavolo fosse successo; ma era troppo assonnato e distratto per poterlo capire e con lui tutti gli altri.
Umberto, guardando i due allontanarsi, pensò a che diavolo fosse successo; ma era troppo assonnato e distratto per poterlo capire e con lui tutti gli altri. Continuò a masticare voracemente il suo hamburger e, una volta terminatolo, ripose educatamente la carta nel contenitore. Fatto questo si allontanò e si diresse verso la cima della carrozza senza una evidente ragione. Attraversò l’interscambio, passo attraverso la gente stipata nei pressi della toilette e raggiunse il nuovo compartimento. Quella doveva evidentemente essere la sua giornata fortunata poiché, non appena entrò nella nuova carrozza, gli si presentò davanti un invitante posto libero, l’unico che riusciva a scorgere in giro. Ultimo ostacolo prima che le proprie membra potessero sprofondare in quel tanto desiderato sedile risultava essere un giovane con capelli castani corti e jeans blu il quale, addormentatosi, aveva comodamente spiegato le sue gambe come vele al vento, impedendogli così di sedersi. Gli dispiacque un poco, ma fu costretto a svegliarlo per poter passare. Il giovane reagì scocciato. “Che palle!” pensò Umberto. L’uomo si sedette comodamente, si sistemò il colletto della camicia ed il nodo della cravatta; si stirò leggermente la giacca con le mani, fece il gesto di tirare in su la cintura dei pantaloni per poi perdersi ammirando il perpetuo e fugace spettacolo proiettato dal tramonto sul finestrino.
Paolo si era addormentato quando, di colpo, venne nuovamente svegliato da un signore di mezza età, alto e longilineo, il quale, intenzionato a sedersi nel posto lasciato poco prima dalla ragazza, trovava come ostacolo insormontabile il fatto che le sue gambe fossero distese in avanti per tutta la loro lunghezza. “Che palle!” pensò, scocciato. Dopo una decina di minuti il sole, oramai totalmente tramontato, lasciava di sé soltanto una luce rossastra che diffondeva tutt’intorno dando quasi l’impressione che il treno rallentasse oppure che i nostri occhi fossero, di colpo, diventati incapaci di cogliere le immagini in tutta la risoluzione dinamica a cui siamo abituati; come se fossero essi ad essere più lenti e percepissero, in qualche modo, un fotogramma si ed uno no.
Paolo ripensò ad un aspetto della sua vita che spesso lo tormentava. Pensò alla sua infanzia ed a suo padre, quel padre che non aveva mai conosciuto. Quel padre che se ne era andato prima che lui nascesse. Si interrogava riguardo a dove fosse, cosa facesse e con chi fosse in quel momento; ed in centomila altri. Si domandò come fosse possibile che un padre non avesse mai voluto sapere del proprio figlio; si domandò, ancora una volta, come fosse possibile che non avesse mai cercato di lui. Provava a mettersi nei panni di quell’uomo, di quel padre; ma non ci riusciva.
Fuori avanzava la notte, dentro, intanto, si accendevano le luci. L’immagine di Paolo, con l’aumentare del contrasto luce dentro - buio fuori, si proiettava con sempre maggiore nitidezza sul finestrino mentre il suo sguardo assorto continuava a mostrare i segni del suo perpetuo travaglio, incessante come quel panorama là fuori, sensato e nel contempo senza senso come tutte le cose che gli si presentavano alla vista; schiavo di un’inevitabile altalena fra ombra e luce, proprio come quel tratto ferroviario che stava percorrendo era alla mercé dell’infinito inseguirsi di giorno e notte.
L’immagine di Umberto, con l’aumentare del contrasto luce dentro - buio fuori, si proiettava con sempre maggiore nitidezza sul finestrino. Assorto nei suoi pensieri, gli sovvenne nuovamente un aspetto della sua vita che quotidianamente lo tormentava. Pensò alla sua giovinezza ed a suo figlio, quel figlio che non aveva mai conosciuto. Quel figlio nato dopo che lui se ne era già andato via. Si interrogava riguardo a dove fosse, cosa facesse e con chi fosse in quel momento; ed in centomila altri. Si domandò come fosse possibile che un figlio non avesse mai voluto sapere del proprio padre; si domandò, ancora una volta, come fosse possibile che non avesse mai cercato di lui. Provava a mettersi nei panni di quel ragazzo, di quel figlio; ma non ci riusciva.
Il treno rallentava sempre più, indicando chiaramente ai passeggeri la vicinanza di una stazione in cui avrebbe fermato. Umberto tirò un sospiro di sollievo, finalmente era arrivato a casa. Nell’alzarsi urtò bruscamente le gambe del ragazzo che aveva di fronte, sempre troppo invadenti per i suoi gusti. Il ragazzo reagì malamente, ma egli era troppo stanco e distratto per farci caso. Si allontanò lentamente verso l’uscita mentre il suo sguardo assorto continuava a mostrare i segni del suo perpetuo travaglio, insistente come quella folla là fuori che spingeva per entrare, feroce e nel contempo delicato come tutti gli sguardi che gli si presentavano alla vista; prigioniero di un’inevitabile altalena fra il bene e il male, proprio come quel tratto di vita che stava vivendo, ed aveva già vissuto, era alla mercé dell’infinito inseguirsi di desideri e necessità. In quegli sguardi cercò di cogliere speranze, desideri, rimorsi, ma vi trovò soltanto i propri.
Paolo tirò un sospiro di sollievo, finalmente l’uomo davanti a lui aveva liberato il posto ed ora egli poteva, in tutta comodità, distendere le proprie gambe, proprio come prima. Guardò l’uomo dal finestrino, aveva preso ad andare di fretta. Gli piacque pensare che corresse ansioso di tornare dal proprio figlio, dopo una dura e lunga giornata di lavoro. Cosa che per lui non era mai accaduta.
Dopo che Umberto ebbe scese le scale verso il sottopassaggio, fu un rumore improvviso a distrarlo. Proprio in quell’istante la sua mente ritornò sulla situazione precedente nella quale aveva urtato scortesemente quel ragazzo sul treno senza porgergli alcuna scusa. Istintivamente, senza un motivo sensato, ripercorse le scale in senso inverso, quasi per raggiungerlo, dirgli qualcosa, scusarsi, ma quando fu nuovamente arrivato al binario il treno aveva oramai preso il volo.
Ad Umberto, andandosene, piacque pensare che quel ragazzo si era comportato così, un po’ scortesemente, a causa di una giornata storta e che avesse soltanto l’impellente desiderio di tornare a casa e rincontrare, riabbracciare il proprio padre. Cosa che per lui non era mai accaduta.
Paolo tentò di riaddormentarsi pensando che un giorno, forse, avrebbe potuto incontrare suo padre, magari per caso; e fantasticò riguardo ad una storia molto strana: stava passeggiando nervosamente su e giù per il binario otto dove, di lì a poco, sarebbe dovuto giungere l’espresso che lo avrebbe portato a casa. Quel giorno non avrebbe dovuto essere lì ma, a causa di un gravoso impegno del professore… … … … tentò di riaddormentarsi pensando che un giorno, forse, avrebbe potuto incontrare suo padre, magari per caso; e fantasticò riguardo ad una storia molto strana…
Umberto quella sera tentò di addormentarsi pensando che un giorno, forse, avrebbe potuto incontrare suo figlio, magari per caso; e fantasticò riguardo ad una storia molto strana: stava salendo velocemente, con un hamburger in mano, le scale che dal sottopassaggio conducevano al binario. Pensava di aver perso quel treno per un soffio e, invece, eccotelo là: un provvidenziale ritardo di quindici minuti… … … … tentò di addormentarsi pensando che un giorno, forse, avrebbe potuto incontrare suo figlio, magari per caso; e fantasticò riguardo ad una storia molto strana…
0 commenti:
Posta un commento